Comunicazione / Vino

Cronaca di una degustazione di Marsala con viaggio nel tempo incluso

1 marzo 2015

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Metti una tranquilla mattina di settembre in ufficio e l’invito del tuo capo che ti chiede di assistere a una degustazione. Nulla di trascendentale e di strano se lavori a tempo pieno per un’azienda vinicola e il periodo della vendemmia è lì lì per concludersi. Quella a cui vengo chiamata a partecipare, però, non è una degustazione qualunque, ma LA degustazione con la “D” maiuscola, quella che un appassionato di vini ossidativi vorrebbe fare almeno una volta nella vita, perché oltre all’assaggio è previsto anche uno strabiliante viaggio nel tempo e senza l’ausilio di una DeLorean.

Al tavolo ci siamo io, Renato De Bartoli (figlio maggiore dell’indimenticabile Marco) e Armando Castagno, e già così il panel di assaggiatori sembra surreale. Allo scenario già improbabile (per la presenza della sottoscritta, ovviamente!), si aggiunge una batteria di vini che è tutto un programma: si parte dall’annata 1860, quella dello sbarco dei Mille e di Garibaldi, per intenderci, per attraversare il XX secolo con i millesimi 1901, 1903, 1922, 1935, 1941, 1945, 1949, 1955, 1958, 1960 e concludere con anni a me più familiari come il 1986, 1987, 1993 e il 2005. Rimanere impressionati e sentirsi giusto un attimo sgomenti dinanzi a un pezzo di storia del territorio marsalese lì, davanti ai miei occhi e pronto ad essere stappato, è nulla se paragonato al turbinio di emozioni contrastanti che provo. Meno male che la calma serafica, la simpatia da buon romanaccio e l’umiltà di Armando sono quantomeno un ottimo pretesto per fare un bel respiro e ripetermi a mo’ di mantra durante tutta la degustazione: “non dire baggianate”. Perché lui, Armando Castagno, è sommelier AIS, giornalista, “malato” d’arte e di sport, tra le altre cose, ma è tra i pochi in Italia a saper descrivere e comunicare il vino con una naturalezza e una poetica che lascia puntualmente esterrefatti.

Ma torniamo alla degustazione. L’intento è quello di raccontare la storia dei vini di Marsala “al contrario” e in assoluta controtendenza all’idea britannico-centrica che vuole il vino siciliano (e fortificato) più famoso del Bel Paese figlio di un commerciante inglese di nome John Woodhouse. Insomma la storia che qualsiasi libro di testo sul vino e che qualsiasi azienda produttrice di Marsala recita come un dogma. Praticamente un’eresia.

Per farlo con piglio scientifico e per scoraggiare eventuali sollevazioni di popolo, bisogna partire dai fatti (e dai vini) che risalgono a un’epoca in cui la fortificazione, prima grande novità introdotta dai britannici, non era affatto la norma. Ed è qui che vengono in aiuto i vini collezionati e restaurati da Marco De Bartoli, vini di Marsala con o senza fortificazione, oggetto della degustazione di cui sopra.

Non starò qui a riassumere l’articolo, apparso sul numero 5 di Vitae, la rivista ufficiale dell’Associazione Italiana Sommelier, che è il risultato della degustazione di quella mattina di settembre del 2014, dei giorni successivi e delle chiacchierate di Armando con chi quel periodo di transizione dal vino di Marsala al marsala tout court l’ha vissuto o ne ha ancora buona memoria. Sarebbe impossibile farlo e vi negherei il piacere di leggere uno dei pezzi più belli, se non il più bello in assoluto, scritti su questo grande vino siciliano. Anzi vi invito a leggere la versione integrale (lo trovate qui) e a sbirciare le foto a corredo dell’articolo, che raccontano di vigne, di cantine e di persone (e che trovate nello slide show di questo post). Questo è stato il mio contributo, le foto per l’appunto, a un pezzo giornalistico che molti appassionati di vino e gli abitanti della mia città di adozione dovrebbero leggere almeno una volta, e ringrazio Armando per avermi reso partecipe di tutto questo.

Ovviamente le note di degustazione le ho prese anche io, e le conservo religiosamente, insieme al ricordo di quelle meravigliose bottiglie che continueranno a raccontare, ancora per molti anni, la storia del marsala al contrario.

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