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ISLAY: se l’enoturismo prendesse esempio dal “turismo del whisky”

30 settembre 2016

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Un profumo intenso di affumicatura, caldo, confortevole, goloso. È passato meno di un anno da quando, per la prima volta, il mio naso ha creduto di intercettare una scamorza affumicata e invece si trattava di una bottiglia di Scotch whisky Single malt prodotta da una distilleria dal nome quasi impronunciabile come Laphroaig, su di un’isola a me altrettanto sconosciuta della lontana Scozia chiamata Islay (pronuncia aila).

Quel giorno mi sono dovuta accontentare solo del profumo di quello strano distillato, perché ero nel bel mezzo dell’esame di terzo livello del WSET e, seguendo il consiglio del nostro tutor, l’effetto della gradazione alcolica del whisky sulle papille non ci avrebbe per nulla aiutato nell’analisi e degustazione di due vini che sarebbero arrivati da lì a pochi minuti.

Poco male, considerando che in meno di un anno sono riuscita non solo a saperne di più sul whisky scozzese e sulle sue peculiarità, ma ho anche avuto la mia bella full immersion di profumi, aromi, terroir e degustazioni proprio sulla splendida isoletta di cui sopra, Islay, che scopro essere considerata addirittura la “regina delle Ebridi”.

Abbastanza remota e verosimilmente poco popolosa (se si escludono le innumerevoli specie di animali che la abitano), Islay è una tra le mete imprescindibili per gli appassionati del whisky, in particolare di quello torbato, e, al pari delle migliori zone vitivinicole del mondo, propone ai visitatori tutto quello che si può desiderare da un turismo del whisky fatto come si deve o, forse, come si dovrebbe. E da questo presupposto, inutile dire che il confronto vino-whisky è sorto spontaneo, occupandomi a tempo pieno anche di enoturismo.

La distilleria ha un vantaggio non indifferente, il che non guasta se si è neofiti come la sottoscritta, se messa a confronto con una qualsiasi azienda produttrice di vino: le tempistiche.

Per fare il vino si deve aspettare un anno intero; per tutti i processi che portano alla distillazione del whisky basta appena una settimana. Luoghi, procedimenti, tempi e numeri sono il complemento ideale di visite guidate spesso molto descrittive e appassionanti, soprattutto se si ha la fortuna di ascoltare rapiti il dipendente storico dell’azienda, che ne racconta gli aneddoti e le curiosità con quel tipico accento scozzese che è tutto un programma.

Tutte le distillerie vantano un rituale di accoglienza che spesso condivide modi e svolgimento e che prevede la visita delle zone di maltaggio (non tutte le distillerie ce l’hanno), infusione, fermentazione, distillazione e maturazione, talvolta anche di imbottigliamento. Si tratta di zone di lavorazione dei prodotti, per cui l’attenzione per la sicurezza dei visitatori è imprescindibile e in cui il gilet catarifrangente del Cicerone di turno è un must! Entrare in una distilleria, significa letteralmente immergersi in un mondo di temperature, profumi, aromi, essenze e consistenze molto diverse. La riconoscibilità del brand è visibile ovunque, dalla divisa dei dipendenti, molto professionale e decisamente normale per un pubblico anglosassone, alle zone di produzione: logo, colori, materiali di comunicazione, bicchieri, packaging, “tono di voce”, senza risultare mai invadente o autoreferenziale.

La degustazione, poi, è l’elemento centrale dell’esperienza whisky. È possibile scegliere degustazioni più o meno informali, alcune particolarmente tecniche, con whisky spillati direttamente dalle botti o con prodotti a tiratura limitata che è possibile portarsi a casa sotto forma di campione, e con abbinamenti ricercati (splendida, ad esempio, la degustazione organizzata da Lagavulin con le praline di cioccolato di Iain Burnett). La degustazione è in tutto e per tutto scindibile dalla visita guidata (molti dei visitatori sono già esperti) e si svolge spesso in zone molto accoglienti (le sedute davanti al camino nella sala degustazione di Bowmore o i plaid in tartan sulle panchine da degustazione nella bottaia di Bunnahabhain o, ancora, i divani e l’atmosfera vibrante del Visitor Centre di Bruichladdich sono qualcosa che difficilmente dimenticherò!), decisamente conviviali o affacciate sullo splendido paesaggio esterno, come quella sul molo di Ardbeg, con tanto di cigni e barchetta strategicamente posizionata sul golfo antistante (dove ho dato il meglio di me, cadendo rovinosamente sullo scivolo di attracco delle barche…).

In alcuni casi, la zona degustazione è un tutt’uno con il Visitor Centre e il punto vendita, o addirittura con il ristorante-pub della distilleria, dove c’è sempre la possibilità di fare un assaggio durante l’attesa o fuori dall’orario di visita e dove, con mio grande stupore, ho trovato il merchandising del marchio insieme alle produzioni tipiche dell’isola come il tartan dell’Islay Woollen Mill, che ha realizzato i costumi per il film più scozzese della storia del cinema, Braveheart, i saponi e le creme che profumano di whisky e i formaggi tipici, ma senza quella sensazione kitsch che talvolta si avverte nelle grandi aziende vinicole di casa nostra.

Si può affermare a pieno titolo che assaporare il whisky scozzese è un’esperienza territoriale a tutto tondo. L’esempio forse più tangibile è la presenza di una “carta dei whisky” in ogni pub e ristorante dell’isola, che offre la possibilità di assaggiare “al dram” quello che non si è trovato in distilleria, a cifre che vanno da poche a centinaia di sterline. Oppure il sito turistico dell’isola che, oltre alle informazioni su ciò che offre la zona, dedica una parte sostanziale a orari di visita e dettagli supplementari sulle distillerie. O ancora, la promozione della produzione di whisky sull’isola da parte della Royal Society for the Protection of Birds (la nostra LIPU) come strumento per sostenere e “alimentare” le riserve naturali dell’isola e i progetti a tutela di flora e fauna. Se penso alla situazione enoturistica di casa nostra, che dire, siamo decisamente alla frutta.

Con mio grande stupore, il whisky esce fuori da questo breve viaggio come un mondo che fa rete, che vive e che sostiene le realtà che lo circondano, con un atteggiamento di certo meno elitista o, per dirla in maniera più schietta, “fighetto” , più conviviale e rilassato di quello che caratterizza spesso il mondo del vino, un discorso che vale tanto per le piccole distillerie quanto per quelle gestite da grandi marchi come Beam Suntory, Diageo o, per citare l’esempio più lampante, il leader mondiale del lusso, LVMH.

Questo viaggio, purtroppo breve, in un vero e proprio paradiso naturalistico e nell’affascinante mondo dei distillati Single malt non sarebbe stato possibile senza Claudio Riva, anima e cuore di WhiskyClub Italia, instancabile divulgatore e conoscitore profondo della Scozia, che ci ha letteralmente “guidato” alla scoperta di paesaggi, persone ed esperienze sull’isola del whisky.

Un viaggio che, ne sono certa, non rimarrà un caso isolato.

Le foto di questo meraviglioso viaggio nel mondo del whisky sono mie e di Fabio Barbera.

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