Comunicazione cross-culturale / interpretazione / traduzione

5 luoghi comuni su interpreti e traduttori

22 maggio 2013

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Dall’idea del dizionario vivente, a quella più esotica della bellezza dell’est in grado di parlare 10 lingue, miti e leggende metropolitane su due figure professionali spesso misconosciute e sottovalutate. E io, ovviamente, sono di parte.

Questa dissertazione semi-seria, in 5 punti, non è di certo rivolta ai miei colleghi o agli addetti ai lavori, più che abituati agli aneddoti (spesso vissuti in prima persona) e agli esempi che seguiranno, ma si rivolge piuttosto a chi, al momento di scegliere un professionista, crede di sapere chi è e cosa è in grado di fare un bravo traduttore o un interprete professionista e, molto spesso, prende un grande abbaglio.

Ricordo ancora il primo giorno di università in cui, dal palco dell’aula magna, l’allora preside della facoltà dispensava consigli sugli strumenti must have per qualsiasi aspirante traduttore o interprete: tra gli immancabili dizionari e grammatiche risuonavano le parole computer, quotidiani e riviste in lingua, canali satellitari. Continuavo a chiedermi se, da brava matricola imbranata, non fossi capitata nel posto sbagliato. Era la fine degli anni ’90 e l’idea di un appartamento per studenti dotato di ritrovati altamente tecnologici come una parabola satellitare non era proprio all’ordine del giorno, a meno che non si fosse, oltre che studenti, anche ricchi! Penserete di certo cosa c’entra questo con il ruolo del traduttore o dell’interprete professionista e, soprattutto, con il loro identikit. Io lo capii alla fine di quella presentazione: ero approdata alla facoltà delle “lingue vive” ed era proprio il posto in cui volevo essere.

1. Essere bilingui non vuol dire, di per sé, essere dei professionisti della traduzione o dell’interpretazione.

Semplificando molto, potremmo affermare che un dizionario non rende un individuo un traduttore o un interprete, così come un libro di cucina non trasforma chiunque in uno chef! Mi potrete allora ribattere che la vostra segretaria parla correntemente due o più lingue straniere oppure che voi, per motivi di lavoro, trascorrete il 90% del vostro tempo all’estero. L’errore sta proprio nel credere che la competenza orale di una lingua corrisponda a un’altrettanta dimestichezza con la sua versione scritta. Avete mai provato a mettere per iscritto qualche frase in lingua? Provateci e chiedete poi al vostro corrispondente estero cosa ne pensa… potreste rimanerne spiacevolmente sorpresi. Per lo stesso motivo, traduttori e interpreti professionisti non dovrebbero tradurre in una lingua diversa dalla loro lingua madre, l’unica di cui riescono a padroneggiare non solo la struttura grammaticale e il lessico, ma soprattutto la componente situazionale e culturale.

2. Interpreti e traduttori non hanno (semplicemente) studiato lingue.

Personalmente mi sono vista rivolgere l’imbarazzante quesito da che ne ho memoria e tutte le volte ho risposto con un altrettanto imbarazzato sorriso. Inutile ribattere che “esiste” addirittura un corso di laurea in interpretazione e traduzione, la spiegazione non sortisce effetti didattici duraturi. Per chi ancora non lo sapesse, traduttori e interpreti seguono ben due diverse carriere universitarie in cui, oltre alla grammatica, al lessico e alla cultura del paese o dei paesi interessati, si approfondiscono soprattutto le tecniche e la pratica della traduzione e dell’interpretazione di conferenza, i linguaggi settoriali e la terminologia tecnica, molto spesso il diritto, la finanza o la medicina, giusto per citare alcune discipline. Per farla breve, nulla a che vedere con un corso estivo a Oxford.

3. I traduttori e gli interpreti non possono tradurre qualunque argomento.

Diciamocelo apertamente e senza troppi pudori: traduttori e interpreti non sono dizionari ambulanti (o Wikipedia portatili), quindi non pensate che un libretto di istruzioni di una tv al plasma e un trattato di fisica quantistica possano stare sullo stesso piano. Figuriamoci poi se dobbiamo tradurli. Si tratta di tipologie testuali molto tecniche, con un registro e una terminologia ad hoc, appartenenti ad ambiti dello scibile umano diversi tra loro e che, pertanto, richiedono conoscenze specifiche. Ecco perché oltre alle lingue di lavoro, traduttori e interpreti citano le rispettive specializzazioni. Si tratta di argomenti specifici che richiedono un costante studio e un aggiornamento continuo. Nessun traduttore o interprete professionista, quindi, a meno che non sia specializzato in manualistica tecnica e fisica quantistica, sarà in grado di accettare la traduzione di questa tipologia di documenti. Un consiglio per non sbagliare: accertatevi sempre che le competenze del traduttore e dell’interprete coincidano con quelle che state cercando, altrimenti potreste dover pagare a vostre spese la “formazione” del cosiddetto professionista. A tal proposito, eccovi una guida, breve ma dettagliata, sulle caratteristiche da ricercare nel professionista ideale: Guida all’acquisto dei servizi di traduzione, tradotta da AITI, l’Associazione Italiana Interpreti e Traduttori.

4. La “traduzione simultanea” non esiste.

Questo accostamento (sinonimo per i non addetti ai lavori di “interpretazione simultanea”), mi ha sempre suscitato ilarità, ricordandomi l’avversione di alcuni colleghi di università, futuri traduttori, alla lezione di mediazione linguistica. Venivano letteralmente assaliti dal panico, dato che disponevano di qualche secondo appena per riformulare la frase o il discorso in lingua straniera, il tutto senza l’ausilio di un dizionario o di qualsiasi altro strumento che permettesse loro di trovare il termine e la costruzione più appropriati. La “traduzione simultanea” non può esistere proprio perché la simultaneità non è una caratteristica della traduzione. E proprio questa peculiarità fa la differenza tra traduttori e interpreti. La traduzione è  infatti la trasposizione in un’altra lingua di un testo scritto, mentre l’interpretazione avviene durante o poco dopo l’intervento da tradurre, utilizzando la presa di appunti (che non è stenografia!) o attrezzature audio come cuffie e microfoni. La traduzione ha dei tempi molto più dilatati, necessari per effettuare delle ricerche terminologiche, per servirsi di glossari o dizionari specializzati, e per rendere il testo tradotto alla stregua del testo originale. L’interpretazione è invece caratterizzata dall’immediatezza e dalla contemporaneità, ma non prescinde né dalle ricerche terminologiche (per ovvi motivi, effettuate prima dell’effettiva “traduzione”), né dalla qualità e dalla precisione del messaggio tradotto.

5. Il traduttore automatico non è un traduttore “umano”

Tutti noi abbiamo, almeno una volta nella vita, tradotto un testo o parte di esso utilizzando il traduttore di Google. Il risultato a volte è sufficiente, surreale o, come nella maggior parte dei casi, molto discutibile. Eppure sono tante le aziende che utilizzano questo e altri strumenti di traduzione automatica nel tentativo di internazionalizzare la propria immagine a costi decisamente ridotti. Un traduttore automatico è sì in grado di tradurre letteralmente, spesso senza un vero criterio, parole, frasi o interi testi, ma non riesce a percepire le intenzioni, i giochi di parole, i riferimenti culturali del testo come farebbe invece un traduttore professionista in carne e ossa. Se non siete ancora convinti, testate l’efficacia di uno di questi programmi e chiedetevi, seriamente, se presentereste mai a qualcuno dei vostri clienti il risultato ottenuto. Volete altre prove? Eccovi qualche esempio di cattive traduzioni. L’articolo è in inglese, ma se avete bisogno di una traduzione, potete sempre utilizzare un traduttore automatico, no? Buona lettura.

Ho dimenticato qualche luogo comune su interpreti e traduttori? Sicuramente sì… ecco perché aspetto i vostri commenti per ampliare la lista.

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