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Il Priorat: quando a raccontare c’è il terroir

11 novembre 2017

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Il viaggio nel mondo del vino è sempre qualcosa di affascinante e inaspettato. Parti dopo esserti documentato, quasi in maniera maniacale, non vuoi farti trovare impreparato dalle persone che incontrerai, ma alla fine è sempre il vino a vincere, perché sarà sempre in grado di dimostrarti che non si finisce mai di imparare. Racconto di viaggio nel mondo del vino in più puntate sulla mia esperienza catalana.

La Catalogna è un mosaico. Fatta di terra, mare, boschi, rovine romane, monasteri, chiese gotiche, edifici modernisti, architettura industriale. È fatta di gente arrivata dalle altre comunità autonome, che l’hanno resa spagnola, non più solo ed esclusivamente catalana.

La Catalogna non è solo Barcellona; a pochi chilometri da lì esiste un mondo nascosto dietro ai tornanti delle strade dell’entroterra, su per i passi di montagna, tra gli alberi sospesi e i paesaggi rurali rimasti per molto tempo disabitati, chiamati con nomi esotici come Bellmunt, Falset, Gratallops, Porrera, Torroja o Vilella.

Ed è proprio lì che la regione autonoma più chiacchierata degli ultimi tempi (indipendenza sì o no dallo stato sovrano) si trasforma in un vero e proprio caleidoscopio, con nulla affatto da invidiare alle tante terre da vino blasonate del vecchio mondo.

Clos Mogador

È una mattina di fine ottobre, con un cielo talmente azzurro e limpido da sembrare irreale, e percorriamo le innumerevoli curve che ci porteranno a destinazione, tra boschi e vallate terrazzate, dove le vigne si scorgono a malapena, ma quando ci si riesce sembra di assistere a uno spettacolo di equilibrismo. È qui che inizia il viaggio alla scoperta delle origini del Priorat, uno delle zone vitivinicole più osannate e misteriose della penisola iberica, culla di due varietà a bacca rossa, la garnatxa e la cariñena (samsó per i locali), pilastro dei vini della DOQ Priorat e della DO Montsant e di un terreno come pochi ce ne sono in circolazione. Un luogo in cui parlare del cosiddetto terroir, prima ancora che dei suoi vini è inevitabile.

Ad attenderci un pulmino verde, decisamente vintage e decorato in maniera tanto naif quanto hippie. È il mezzo designato per il giro nei vigneti di Clos Mogador, la cantina di René Barbier, il papà della rinascita di questa zona vitivinicola nel 1989, scelta non a caso. Sulla carta ci aspettano 3 ore di totale full immersion nelle campagne circostanti, tra vigne terrazzate, erbe spontanee, alberi da frutto, uliveti, stradine sterrate e paesini abbarbicati che sembrano usciti da una cartolina. Solo dopo degusteremo i vini, e il perché è presto spiegato.

Di questa comarca della Catalogna, non lontana da Tarragona, e dei suoi famosi vini rossi sappiamo molto poco, ma di una cosa ho certezza: la composizione del suolo. L’ho studiato e visto in foto tante di quelle volte che faccio davvero fatica a immaginarmelo un terreno fatto di piccoli e grandi strati di ardesia e quarzo, qui chiamato llicorella, praticamente un’immensa lavagna frantumata appoggiata in bilico su terrazze di una bellezza struggente. Eppure, la pizarra (come la chiamano in castigliano) è lì, sui costoni di roccia che abbiamo attraversato per arrivare, con le sue sfumature tortora e rossicce, ed è fragile, come il cristallo.

A raccontarcela a parole, certo, ma soprattutto con i nostri 5 sensi c’è Josep. Con il suo sorriso rassicurante ci accoglie in casa Barbier e deve far fronte al primo, grosso problema della giornata: trovare un’alternativa immediata al pulmino verde di cui sopra, momentaneamente defunto.

Siamo a Gratallops e le piccole vigne di Clos Mogador sono disseminate a macchia di leopardo, risultato diretto di lasciti familiari legati più a una tradizione anacronistica che al buon senso, tra sterrati che spesso perdono di vista il minuscolo centro abitato e le strade battute, ma questa frammentazione permette una totale immersione nell’ambiente attorno a noi. A vista terrazze e fossi, erbe spontanee e paglia utilizzate come copertura vegetale a protezione dei vigneti, qua e là qualche grappolo lasciato sulle viti, e poi ulivi e alberi da frutto, in un concerto di biodiversità fatto di erbe aromatiche, bacche spontanee, specie antiche, consistenze e rumori di una campagna isolata, lontana da tutto e con uno stile di vita ben diverso dalla frenesia della capitale, tutto sommato nemmeno così distante. Josep, in un castigliano che mette d’accordo il variegato pubblico della giornata composto da italiani (noi!), maiorchini e barcellonesi, ci fa toccare con mano, assaggiare e respirare tutto ciò che ci circonda e narra la storia di un’idea folle, quella di un giovane René Barbier che, insieme a 4 amici enologi, rischia il tutto per tutto e scommette sul vino di una zona dimenticata dal mondo. Come? Portandolo in degustazione a uno dei critici più emblematici all’epoca, Robert Parker, che nel 1993 assegna per la prima volta un suo punteggio a un vino del Priorat.

Nasce così il mito cha ha ridato vita a questi territori. Seguono il riconoscimento dell’altisonante DOCa, la Denominación de Origen Calificada, equivalente alla nostra DOCG, condivisa in tutta la Spagna con la sola zona della Rioja, e l’appellazione “Vi de Finca” (Clos Mogador è il primo vino a ottenerla nel paese), vale a dire vino fatto con uve provenienti da un singolo vigneto, esattamente come succede in Francia con i Cru.

Comunicare il territorio è stato ed è tuttora il segreto del Priorat, non a caso il nostro Josep non è solo un sommelier, ma una guida naturalistica prima di tutto. E i vini del Priorat esprimono naturalmente i luoghi da cui provengono: opulenza austera e concentrazione, date dai pochissimi grappoli per pianta, frutto di un terreno povero e di un clima arido, di un isolamento che ha dato vita a un’eleganza essenziale, a profondità e riconoscibilità. Frutta rossa e nera, ma anche spezie, radici ed erbe spontanee, una nota minerale molto peculiare, quasi polverosa, nessuna invadenza da parte dei legni, presenti e mai prevaricanti. Vini rossi soprattutto, ma la nuova sfida di casa Barbier è quella di mettere in discussione anche questa certezza.

Nella piccola cantina si respira la storia di questa famiglia di pionieri e di questo minuscolo pezzo di Catalogna: la barricaia letteralmente scavata nella pietra, ma anche i moderni contenitori ovoidali in cemento e le anfore di terracotta a denunciare che la sperimentazione è una costante che si tramanda di generazione in generazione (già agli inizi, Barbier aveva reinventato il frantoio e le relative attrezzature per pressare l’uva). Un mix di vite vissute, innovazione e legame indissolubile con il territorio che si percepisce solo in certi luoghi. Anche in degustazione tutto è essenziale: 3 vini, gli unici prodotti in cantina, per riassumere e chiudere il cerchio della nostra escursione immersiva.

Scala Dei

Impossibile lasciare il Priorat senza “andare in pellegrinaggio” nel luogo sacro in cui tutto ha avuto inizio, nel lontano XII secolo, sebbene oggi restino soltanto le sue rovine: la Certosa di Scala Dei. I monaci certosini trasformano la zona in una delle più fiorenti, ma è solo nel 1878 che il primo vino recante la dicitura Priorato de Scala-Dei, anno a cui si fa risalire, ante litteram, la designazione territoriale, verrà imbottigliato.

Il Cellers de Scala Dei è la cantina dell’antica certosa e un inno alla garnatxa e alle sue innumerevoli e millimetriche espressioni, con all’attivo oltre 40 minuscoli fazzoletti di terra, tra i più alti nella zona, dalle mille esposizioni e dalle diverse composizioni, alcuni di questi risalenti al 1945. Anche qui la llicorella, insieme all’argilla e al calcare danno un’impronta netta ai vini di singoli vigneti, espressione letterale della terra e dei suoi elementi costitutivi. Una cantina fatta di piccoli ambienti, come le celle dei monaci certosini che un tempo abitavano questi luoghi, di profumi di terra e di religioso silenzio.

Ed è proprio questo che ricorderemo di questa esperienza e che ritroveremo nelle bottiglie portate a casa: il silenzio e l’aria frizzante di una mattina di fine ottobre, il cielo terso, il rosso del terreno della Sierra del Montsant, a dominare tutto dall’alto e illuminata dal sole e, ovviamente, lo scricchiolio della llicorella sotto ai nostri piedi.

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