Comunicazione / Vino

Perché l’Italia non ha ancora un Master of Wine tutto suo?

8 settembre 2018

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Può l’orgoglio italico essere motivo plausibile all’assenza di un Master of Wine italiano, figura di massima esperienza e competenza, in un’elite mondiale che ne annovera, a oggi, meno di 400? Probabilmente no, ma di certo la conoscenza che abbiamo di questi professionisti del vino è ancora un po’ troppo sommaria e, talvolta, superficiale.

Qualche annetto fa, prima ancora di intraprendere io stessa il percorso del Wine and Spirit Education Trust per la Certificazione di 3° livello, propedeutico, con il suo Diploma, al percorso per diventare Master of Wine, mi chiedevo perché mancasse in Italia una figura così importante per la conoscenza e la divulgazione del vino italiano.

Volevo pure scriverci un articolo per il blog, dando una mia interpretazione a questa mancanza tutta italiana, ma alla fine lasciai perdere. Forse perché avrei scritto le solite ovvietà sull’argomento, e cioè che il percorso didattico per ottenere un titolo così altisonante e raro è difficilissimo, che l’esborso di somme indicibili per visitare vigneti e cantine in giro pert il mondo non rendeva tale scelta alla portata di tutti, che l’obiettiva necessità di molto tempo a disposizione per lo studio e per la pratica non invogliava il produttore o l’appassionato ad accostarsi a tale gruppo.

Avevo già alle spalle il 1° livello del corso da sommelier e, il mese successivo, avrei iniziato il percorso da assaggiatore di vino.

In nessuno di questi due percorsi di formazione sul vino di stampo decisamente “italocentrico” si parla però della figura del Master of Wine o MW, di cosa faccia, del perché sia nata e, soprattutto delle motivazioni che hanno spinto pochissime centinaia di individui al mondo a voler ottenere il tanto agognato titolo. Forse tacere sull’esistenza e sul ruolo di questi professionisti equivale a ridimensionare un po’ le aspettative su cosa debba essere la conoscenza del vino, in generale, ma a mio parere non era e non è un bene.

Dal canto mio, avevo avuto la fortuna di incontrare alcuni Master of Wine “in carne e ossa”, di vederli in azione, e non riuscivo proprio a mandare giù l’idea che l’Italia fosse l’unico paese produttore di vino a non essere rappresentato da questo elitario gruppo di “extraterrestri” in grado di riconoscere un cru bordolese, mettendo il naso dentro al bicchiere e azzeccando annata e parcella di vigneto. Se ne trovavano in ogni dove, anche in quei paesi dove il solo pensare alla produzione di vino sembrava impossibile, quindi perché non anche in Italia?

Evidentemente il quesito non ha ancora trovato risposta, perché la situazione, rispetto a cinque anni fa non è affatto cambiata.

Scorrendo oggi il mio newsfeed su Facebook, mi imbatto sui commenti a una lettera di Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del Bere, egli stesso studente MW, scritta in risposta ad alcune opinabili motivazioni fornite da Wine News all’ennesima mancata proclamazione di un Master of Wine Made in Italy, in cui ci si chiede:

E se, più prosaicamente, non facesse per noi?

Mi sono ritrovata a concordare con i toni e l’analisi della lettera di Torcoli, come sempre particolarmente pacati, soprattutto nello smorzare i “banalismi” sul perché l’Italia non abbia ancora il suo MW. Entrare nel mondo del WSET e, ancor di più, in quello dei MW non è facile per l’Italia del vino, talmente orgogliosa del bello e del buono del proprio paese che all’idea di fare paragoni e parallelismi con il resto del mondo, a mettersi in discussione, batte inesorabilmente in ritirata e lo ha fatto per tanti anni. Eppure, dovremmo essere abituati alla diversità, è proprio questa a renderci unici. È quella a cui dovremmo appellarci e appigliarci per completare un percorso che può farci solo del bene, perché l’Italia, salvo rarissime eccezioni tra gli esperti esteri del settore, è una terra semi-sconosciuta. E lo è per atavica “separazione”. Uno o più MW italici potrebbero finalmente mettere insieme un puzzle troppo disorganico e sgangherato di denominazioni e territori che spesso è molto poco coerente e viene comunicato con altrettanta disomogeneità. E soprattutto smettiamola di avanzare la solita scusa dell’inglese (il corso per diventare MW è, ahimè, affrontabile da chi può vantare questo requisito fondamentale). È risaputo, le lingue straniere non sono il nostro forte. Ma il vino sì, lo sappiamo fare e bene. Dimostriamolo. E impariamo a comunicarlo in maniera che anche all’estero sia facilmente comprensibile la nostra “grande bellezza”. 

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